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giovedì,07/06/07 23:15
Alessio Brandolini, Mappe colombiane
La nebbia ruvida adesso ci ascolta restituisce il sogno in un quadro di Obregón. Per caso ci troverà manchevoli ed esposti al Museo nazionale di Bogotà. Prima era una immensa prigione un luogo di tortura e sofferenza qui gridano i dipinti di Botero le devastazioni della violenza con lo scheletro della muerte che sorride lieve e innocente svolazzando con aristocratico distacco sulle teste squadrate e grasse della gente.
Ad Armando Romero
Potrà la vicenda seguente non avere molta importanza ma dall’inizio dell’estate stazionano nella mia mente ben salde le radici delle bestie. Gli ippopotami, per esempio me li sono ritrovati un giorno al terreno sotto il paese a saltare tra la ramaglia del ciliegio, del pero degli ulivi e dell’unico castagno. La mucca si nasconde tra le rose e se ti addormenti arriva in corsa sbatte la lingua sui tagli del corpo. Se allora amici a Cali a MedellÃn o a Cincinnati Armando lo vedete ditegli di tornare a Roma a riprendersi le sue bestie. per ricordo terrò soltanto il fulgido cavallo bianco più svelto della luce insolito,Metti lòa lingua corri più avanti abbandona alle spalle il silenzio polveroso della casa abbandonata iol tormento degli occhi la sporcizia della strada. Mordi la noia al cuore, al collo i serpenti a sonagli i mille dubbi riposti nel cassetto. Tira fuori la testa usa le mappe tallona il sogno l’inatteso passaggio tienilo bene a mente stretto nello sguardo. nelle morbide nicchie più appartate del cuore conservalo con garbo. più di un sogno. Temo per l’anima dell’uomo per la nostra ombra invisibile smarrita o prigioniera di deboli raggi lunari: faticano ad arrivare al suolo scaldare corpi, svagati pensieri. Difficile ravvisare il futuro anche se passa a un metro di distanza se sfilano i popoli divisi da un muro per via degli ordigni esplosivi la polvere che s’alza verso il cielo i morti ammazzati da chi si ammazza. Restano le pulsioni il sangue della foresta che ora scorre veloce qui, in Sudamerica e la voglia di conoscenza che da giorni ci spinge a seguire le tracce del sogno, e a fare festa. Nel tuo sguardo non c’è una storia solo il sogno che brucia e si fa carne lento respiro e poi, all’alba o a notte fonda intenso desiderio che ci avvolge o colpisce, e senza pietà ci strozza. Dalla chitarra arriva un suono dolce fuso al respiro degli alberi giganti al chiasso della roccia che frana nella valle accompagna la voce scava nella memoria rimette assieme i cocci del ricordo. È il rosso sangue della vita che si versa nelle cavità originarie. degli occhi, del corpo. Crescere e crepare. Ora spengo la luce e il buio ci consola immola sull’altare. Di milioni di facce oggi il mondo si sveste siamo soli, ma uniti al respiro di tanta gente. Senza più voce al di là della porta crepita il nulla. s’agita a lungo contorce le ossa. Presa d’assalto la testa risuona di domande sbattute sullo scoglio. Hanno la forma di pesci martello di serpenti senza testa, né coda. Le risposte non le trovi per caso per questo ogni istante ti cerco sarei pronto persino a traslocare nella città che ben poco conosco dove un solo maglione non basta a staccarti dal freddo. M’invento al volo una nuova esistenza nel cielo un ponte che carezza le Ande un gioco antico a ridosso di un tempio tutto questo per pescare al tramonto le tracce dell’alfabeto smarrito per dare alla terra un mare più grande. Pettino con le mani i capelli increspati dal buio tropicale. Sciolgo i fili annodati Delle stelle e del sole. Mi accendo questa sera e a lungo ti accarezzo con tutto il corpo ti stringo ad occhi chiusi ti regalo il sale del cuore poi ascoltiamo in silenzio le proposte della savana gli audaci pensieri del vento. Mi perdo e ti perdo nell’alito sottile nell’azzurro segnato di volti innocenti di voci frondose di mani che cercano e non trovano eppure resistono alla stretta, al caldo abbraccio con la vita. Sulle mie mappe traccio a matita i vostri occhi le vostre mani i vostri volti le vostre bocche. Nelle tasche del cuore vi porterò per sempre.
da Mappe colombiane, LietoColle 2007
Su Mappe colombiane
Da sempre il viaggio è sinonimo di esperienza dai molti significati, che, entrando a fare parte del mondo interiore di chi lo compie, contribuisce ad arricchire il serbatoio dei ricordi e a favorire possibili trasformazioni lungo l’asse della propria crescita psicologica, conoscitiva e umana. I luoghi visitati, come suggerisce un altro poeta viaggiatore, Alessandro Ramberti, s’inscrivono in maniera indelebile nella psiche, sino a farne una topografia interiore. Non meraviglia quindi che la Colombia, terra visitata da Brandolini in occasione del Festival della poesia, si sia incisa nel suo cuore e nella sua mente, scavandosi in modo ostinato una mappa segreta dei territori conservati. Attraverso la rielaborazione e la complicità dell’immaginazione creatrice, l’impatto visivo, sensuale e spirituale, è confluito nella scrittura di questo volume, i cui testi si distinguono per la fluidità e l’eleganza del verso. Il viaggio, amalgamando sogno e realtà, è così diventato scrittura poetica e il paesaggio, reale e trasfigurato, di questa splendida terra del continente latinoamericano cattura lo sguardo del lettore con l’arazzo delle stelle / che snuda la schiena / impervia delle Ande, le savane, le piante, i fiori, i villaggi lontani, le città, le grandi case coloniali, con il ricordo delle “vicende orrende della conquista” associate alla ricerca dell’oro. Il lettore partecipa anche al respiro degli alberi giganti, con le radici ben piantate nel terreno, accarezzati dal “soffio regolare dell’altipiano”, simpatizza con i volti degli indios, con le mani e le bocche degli altri suoi abitanti, che, entrando per sempre nelle “tasche del cuore” del poeta, lo fanno diventare uno di loro. Ne consegue che personaggi e paesaggi entrano anche nei nostri cuori e Rendón, Lucho, Gabriel Franco, Czury, Robledo, Pacheco, Rivero, per ricordarne solo alcuni, con i loro suggestivi nomi, ghermiscono la nostra attenzione e la nostra simpatia, unendoci, nel nostro essere soli, “al respiro di tanta gente”. Interessante la prefazione di Armando Romero, al quale è dedicata una poesia che è un omaggio al suo Le radici delle bestie, libro di racconti di tale iperrealismo verbale, da legittimare Brandolini a chiedere allo scrittore colombiano di tornare a Roma per riprendersi le sue bestie, poiché lui desidera tenere per ricordo solo “ il fulgido cavallo bianco”.
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