La corolla del ricordo

"Il mondo è nato: e tu, vento, mantienilo." Simone Weil

Alessio Brandolini, Mappe colombiane

 

La nebbia ruvida adesso ci ascolta

restituisce il sogno in un quadro

di Obregón. Per caso ci troverà

manchevoli ed esposti

al Museo nazionale di Bogotà.

 

Prima era una immensa prigione

un luogo di tortura e sofferenza

qui gridano i dipinti di Botero

le devastazioni della violenza

con lo scheletro della muerte

che sorride lieve e innocente

svolazzando con aristocratico distacco

sulle teste squadrate e grasse della gente.

 

 

 

 

 

 

                                              Ad Armando Romero

 

Potrà la vicenda seguente

non avere molta importanza

ma dall’inizio dell’estate

stazionano nella mia mente

ben salde le radici delle bestie.

 

Gli ippopotami, per esempio

me li sono ritrovati un giorno

al terreno sotto il paese

a saltare tra la ramaglia

del ciliegio, del pero

degli ulivi e dell’unico castagno.

La mucca si nasconde tra le rose

e se ti addormenti arriva in corsa

sbatte la lingua sui tagli del corpo.

 

Se allora amici a Cali

a Medellín o a Cincinnati

Armando lo vedete

ditegli di tornare a Roma

a riprendersi le sue bestie.

per ricordo terrò soltanto

il fulgido cavallo bianco

più svelto della luce

insolito,Metti lòa lingua

corri più avanti

abbandona alle spalle

il silenzio polveroso

della casa abbandonata

iol tormento degli occhi

la sporcizia della strada.

 

 

 

 

 

 

Mordi la noia

al cuore, al collo

i serpenti a sonagli

i mille dubbi

riposti nel cassetto.

 

Tira fuori la testa

usa le mappe

tallona il sogno

l’inatteso passaggio

tienilo bene a mente

stretto nello sguardo.

nelle morbide nicchie

più appartate del cuore

conservalo con garbo.

            più di un sogno.

 

 

 

 

 

 

Temo per l’anima dell’uomo

per la nostra ombra invisibile

smarrita o prigioniera

di deboli raggi lunari:

faticano ad arrivare al suolo

scaldare corpi, svagati pensieri.

 

Difficile ravvisare il futuro

anche se passa a un metro di distanza

se sfilano i popoli divisi da un muro

per via degli ordigni esplosivi

la polvere che s’alza verso il cielo

i morti ammazzati da chi si ammazza.

 

Restano le pulsioni

il sangue della foresta

che ora scorre veloce

qui, in Sudamerica

e la voglia di conoscenza

che da giorni ci spinge

a seguire le tracce

del sogno, e a fare festa.

 

 

 

 

 

 

Nel tuo sguardo non c’è una storia

solo il sogno che brucia e si fa carne

lento respiro e poi, all’alba

o a notte fonda

intenso desiderio che ci avvolge

o colpisce, e senza pietà ci strozza.

 

Dalla chitarra arriva

un suono dolce

fuso al respiro

degli alberi giganti

al chiasso della roccia

che frana nella valle

accompagna la voce

scava nella memoria

rimette assieme

i cocci del ricordo.

 

È il rosso sangue

della vita che si versa

nelle cavità originarie.

degli occhi, del corpo.

 

 

 

 

 

 

Crescere e crepare.

Ora spengo la luce

e il buio ci consola

immola sull’altare.

 

Di milioni di facce

oggi il mondo si sveste

siamo soli, ma uniti

al respiro di tanta gente.

 

Senza più voce

al di là della porta

crepita il nulla.

s’agita a lungo

contorce le ossa.

 

 

 

 

 

 

Presa d’assalto la testa risuona

di domande sbattute sullo scoglio.

Hanno la forma di pesci martello

di serpenti senza testa, né coda.

 

Le risposte non le trovi per caso

per questo ogni istante ti cerco

sarei pronto persino a traslocare

nella città che ben poco conosco

dove un solo maglione

non basta a staccarti dal freddo.

 

M’invento al volo una nuova esistenza

nel cielo un ponte che carezza le Ande

un gioco antico a ridosso di un tempio

tutto questo per pescare al tramonto

le tracce dell’alfabeto smarrito

per dare alla terra un mare più grande.

 

 

 

 

 

 

Pettino con le mani

i capelli increspati

dal buio tropicale.

Sciolgo i fili annodati

Delle stelle e del sole.

 

Mi accendo questa sera

e a lungo ti accarezzo

con tutto il corpo

ti stringo ad occhi chiusi

ti regalo il sale del cuore

poi ascoltiamo in silenzio

le proposte della savana

gli audaci pensieri del vento.

 

 

 

 

 

 

Mi perdo e ti perdo

nell’alito sottile

nell’azzurro segnato

di volti innocenti

di voci frondose

di mani che cercano

e non trovano

eppure resistono

alla stretta, al caldo

abbraccio con la vita.

 

Sulle mie mappe

traccio a matita

i vostri occhi

le vostre mani

i vostri volti

le vostre bocche.

 

Nelle tasche del cuore

vi porterò per sempre.

 

 

da Mappe colombiane, LietoColle 2007

 

 

 

Su Mappe colombiane

 

di Caterina Camporesi

 

 

Da sempre il viaggio è sinonimo di esperienza dai molti significati, che, entrando a fare parte del mondo interiore di chi lo compie, contribuisce ad arricchire il serbatoio dei ricordi e a favorire possibili trasformazioni lungo l’asse della propria crescita psicologica, conoscitiva e umana.

I luoghi visitati, come suggerisce un altro poeta viaggiatore, Alessandro Ramberti, s’inscrivono in maniera indelebile nella psiche, sino a farne una topografia interiore.

Non meraviglia quindi che la Colombia, terra visitata da Brandolini in occasione del Festival della poesia, si sia incisa nel suo cuore e nella sua mente, scavandosi in modo ostinato una mappa segreta dei territori conservati.

Attraverso la rielaborazione e la complicità dell’immaginazione creatrice, l’impatto visivo, sensuale e spirituale, è confluito nella scrittura di questo volume, i cui testi si distinguono per la fluidità e l’eleganza del verso.

Il viaggio, amalgamando sogno e realtà, è così diventato scrittura poetica e il paesaggio, reale e trasfigurato, di questa splendida terra del continente latinoamericano cattura lo sguardo del lettore con l’arazzo delle stelle / che snuda la schiena / impervia delle Ande, le savane, le piante, i fiori, i villaggi lontani, le città, le grandi case coloniali, con il ricordo delle “vicende orrende della conquista” associate alla ricerca dell’oro.

Il lettore partecipa anche al respiro degli alberi giganti, con le radici ben piantate nel terreno, accarezzati dal “soffio regolare dell’altipiano”, simpatizza con i volti degli indios, con le mani e le bocche degli altri suoi abitanti, che, entrando per sempre nelle “tasche del cuore” del poeta, lo fanno diventare uno di loro.

Ne consegue che personaggi e paesaggi entrano anche nei nostri cuori e Rendón, Lucho, Gabriel Franco, Czury, Robledo, Pacheco, Rivero, per ricordarne solo alcuni, con i loro suggestivi nomi, ghermiscono la nostra attenzione e la nostra simpatia, unendoci, nel nostro essere soli, “al respiro di tanta gente”. Interessante la prefazione di Armando Romero, al quale è dedicata una poesia che è un omaggio al suo Le radici delle bestie, libro di racconti di tale iperrealismo verbale, da legittimare Brandolini a chiedere allo scrittore colombiano di tornare a Roma per riprendersi le sue bestie, poiché lui desidera tenere per ricordo solo “ il fulgido cavallo bianco”.

 

 

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