La corolla del ricordo

"Il mondo è nato: e tu, vento, mantienilo." Simone Weil

Massimo Morasso, da American Dream

Facciamo che io sono Marilyn Monroe

 

 

Facciamo che io sono Marilyn Monroe. E facciamo che un talento prossimo al genio come Truman Capote scrisse di me che ero una specie di esplosione di sesso al platino che aveva raggiunto fama universale. E facciamo anche che quando chiesi di persona a Capote cosa avrebbe risposto se qualcuno gli avesse mai domandato come era veramente Marilyn Monroe lui mi disse che avrebbe risposto che ero una bellissima bambina.

 

 

Facciamo che io sono Michael Jackson

 

Facciamo che io sono Michael Jackson. E facciamo che nacqui quarantotto anni fa a Gary, una cittadina dell'Indiana, in una famiglia poverissima. E facciamo anche che mio padre, un negro come un altro, suonasse la chitarra in una band di squattrinati, gentucola che tirava a campare a pane e musica, tiratardi inconcludenti capaci di improvvisare una session di blues anche nella sala d'aspetto del pronto soccorso, mi ricordo. Mia madre sgobbava tutto il giorno dietro a noi bambini, arrotondava lo stipendio (pressoché inesistente, del resto, frutto di scarsi impegni saltuari e mal pagati) di mio padre facendo lavoretti qua e là, e... cantava. Cantava sempre, non appena l'aria era libera, cioè non appena mio padre verso le dieci, le dieci e mezza del mattino si era tolto di mezzo per andare a far due chiacchiere con gli altri sfaccendati dal vecchio Sam, o giù all'autorimessa, naturalmente con la sua chitarra e il plettro fra le mani. Non che mio padre l'avrebbe rimproverata, la mamma, sentendola "cinguettare" per "il nido", come diceva lui, ma il fatto è che mia madre iniziava a sentirsi canterina non appena quel grosso corpo di negro con il quale condivideva il fardello della notte era ciondolato altrove, lontano almeno un chilometro da casa. Prima di diventare il re della musica pop, ci tengo ad aggiungere, non conoscevo quasi per niente Peter Pan, del quale da piccolo avevo raccolto informazioni assai imprecise: per me, non era che un bambino di sette giorni che si aggirava di notte ne giardini di uno dei parchi di una grande città in Europa, curiosando al di là delle finestre nelle case del suo quartiere. Straordinariamente dotato per avere sette giorni, quello strambo spione vestito di verde doveva avere anche qualcosa a che fare con le fate. Ma l'ignoranza in cui vivevo a quel tempo non mi consentiva neppure di concepire l'idea di un paese incantato: la mia Never-Never-Never-Land era la terra di una tripla negazione, allora, niente di diverso, insomma, dall'orizzonte cui sembrava mi stesse destinando il fato o l'indolenza di papà.

 

 

Facciamo che io sono Monica Lewinsky

 

Facciamo che io sono Monica Lewinsky. E facciamo che non è vero niente del sesso che avrei fatto con Bill Clinton. E facciamo anche che le impacciate semi-ammissioni televisive del Presidente, e la faccenda del tentativo del suo impeachment facevano parte di un giochino della Cia sul quale, per dirla con il pensatore Wittgenstein (un europeo che assomigliava in modo imbarazzante a Rupert Everett) "è buona cosa tacere". Io, per me, non ho nulla da rimproverarmi. Ho la coscienza a posto. Non ho fatto sesso con Bill, lo ribadisco. E poi, diciamolo, che male ci sarebbe, anche ammettessi di avere avuto qualche fugace istante di intimità con il Presidente, non dico di sesso, sia chiaro, dico di intimità, e parlo di fugaci istanti, non di vizio inveterato? Chi fra noi donne occidentali fin du siècle non si è mai, ma proprio mai giurin giurello prodigata in fellatio extraconiugali? Elfriede, un'austriaca rifatta che fa la consulente a Wall Street e che frequenta la Grande Mela che conta, mi ha raccontato di scopate rituali collettive tipo quelle cui assiste quel figo di Tom Cruise in Wild Eyes Shut, per esempio. Quello, ecco, quello sì che è sesso spinto, lordura decadente dove uno schizzo su un tailleur nessuno penserebbe di metterlo in un freezer perché i tailleur, quelle maiale, se li sono fatti sfilare da sette o addirittura nove finanzieri incappucciati che adesso, magari, se ne stanno ad aspettare in fila il proprio turno ciascuno col coso paonazzo a mezz'asta di fuori! Io sono una brava ragazza, una con la testa a posto, io credo nel Thanks Giving Day e nei Padri Pellegrini, credo nel libero commercio in un libero stato e credo nelle multinazionali come veicolo di progresso, credo nella globalizzazione, multipla, laica, protestante e americana, e credo che la penetrazione al di fuori del patto coniugale sia una cosa terribile, un atto che una sera in cui stavo flirtando con un petroliere cattolico texano non ho esitato a definire oscuramente, diabolicamente filo-comunista. Non abbiate una cattiva considerazione di me, non ce n'è motivo, vi assicuro, io sono soltanto una come voi. Per qualche mese alla Casa Bianca io non ho vissuto che il sogno di tutte le stagiste, alla fine, il sogno di tutte le yuppies e le post-yuppies, di tutte le rampanti carrieriste e le precarie sottopagate dell'orbe terracqueo, senza distinzione di colore politico o di razza. Tutto qui, sorelle. Niente di più, ve lo giuro su Dio. Ma io, come la maggior parte di voi, aborro l'idea dell'adulterio. Come dice un grande poeta europeo, uno di quelli difficili che la mia amica Elfriede, che fa l'intellettuale per cuccare, ama tirar fuori dal cilindro durante i nostri party più sfiziosi "una cosa è baciare l'Amato / un'altra, ahimé, sussumerne il traslato metonimico in vagina".

 

 

Facciamo che io sono Sacco & Vanzetti

 

Facciamo che io sono Sacco & Vanzetti. E facciamo che di tutti i processi farsa che mi hanno portato alla sedia elettrica non ricordo quasi più niente, ormai. Facciamo anche che prima della mia eccezionale via crucis giudiziaria io non avrei potuto saltar fuori dal nulla dicendoti, come ho appena fatto, io sono Sacco & Vanzetti, poiché, com'è normale, sulla terra, allora ero per così dire scisso in due persone separate, due giovani, orgogliosi italiani con dei tratti somatici e delle biografie dissimili - benché, queste ultime, purtroppo, come ho capito poi, guardando al mio destino da questa prospettiva allargata, sotto un profilo socio-politico risultassero pericolosamente, rovinosamente affini. C'era un Andrea Sacco, toscano d'origine, gran lavoratore, anarchico confesso e praticante, emigrato in Massachussetts per dare una vita migliore alla sua famiglia, prima di tutto quell'orribile teatro, e c'era un Bartolomeo Vanzetti, anche lui toscano, anche lui gran lavoratore, anche lui anarchico confesso e praticante, anche lui emigrato in Massacchussets per dare un'opportunità diversa a sé e ai suoi cari. Sacco era più alto, più magro, più stempiato. Di Vanzetti spiccavano i baffoni, e gli occhi, di una rara, celeste intensità. Poi a un certo punto è successo quello che è successo, una rapina, dei morti, le testimonianze che li scagionavano, i tre processi che avrebbero potuto anche evitarsi, tanto la loro condanna era già stata scritta a lettere indelebili dentro a quegli inflessibili cuori americani pieni di paura. Ma io, anche da qui, resto convinto che la libertà è una e indivisibile. E che in un nome fatto di innocenti com'è il mio alita uno spirito che li seppellirà, tutti i borghesi.

 

Massimo Morasso, da American Dream, inedito

 

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