
per soglie d'increato
vanificando accenti conosciuti,
per margini brinati
di mondi lontanati
all'apparire - dove non serve
nominare ad ogni passo
il prodigio del trascorrere
in mobili immagini di evento,
epifanie di lumi
rovesciati in ombre
quando già credi
di stringere il mistero,
contemplarne il volto,
tradurre le pupille in segni
e voci: -
tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l'assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo,
al verbo estranei per legge
d'indicibile esperienza -
per osservare la vita
nello specchio albale
di una luce
pensata prima d'ogni dire,
prima del silenzio
inquiete luci
nell'impaziente traversata
tra l'acqua e il vento
che mormora confuse onde
alla cenere di navigli spenti -
il lampo intermittente
ha l'impeto stupito
di foglie sorprese
in passaggio di stagione,
nomadi in tracce certe d'esilio
più prossime al privilegio
che in visibilio di cadute
riporta alla dimora
invernale dell'origine: -
un solo giorno, ancora,
e la fonte arretrerà
nel nulla di un ricordo,
nella vampa dello schianto -
la vela farà rotta,
vociante di fuochi, all'archivio
interminato dei fondali
sugli orli dell'alba
da sempre maturano
due lampi, due bagliori -
quello che annuncia il giorno,
riaffiorando da vampate
d'ombra e di silenzio,
e quello che insiste
in remoti segnali di voce,
in lettere di dolenti predizioni,
sillabe dell'alfabeto dei salici
e della luna, che,
verdeggiante,
si ostina in diversioni
di deserto, volta al nessun luogo
di identità di febbre: -
l'alba, da sempre, si accompagna
a specchi di necessità,
disseminata per nascita
in flebili vincoli di suono,
impensabile il lume
smemorato
prossimo a esercizi quotidiani
di cecità e di vuoto
colma del vago notturno
l'inquieta iride che annaspa
tra rituali e fantasie di approdi
in viaggio su una corda
tra rovine malate
e corpi immersi nel lessico
fluviale della foce: -
luci commosse, riesumate
da breviari di antenati
in rapida sequenza di deserti,
ore differenti,
volti conservati in forme
infantili per privilegio
di archivi, luoghi inesatti
di ritmiche distanze: -
solo il ricordo, ultimo
congegno della mente,
sostiene l'avvento,
l'oscura epifania
parallela al morso
che la vita fatica a fior di pelle
l'insonnia dimora
sopra schegge di voce trasparenti
che l'istinto chiama luce,
scrigno di presenze -
aspre più del nome
che cancella
al tocco della mano,
un dono di forme
accumulate nei vuoti
che il giorno spazza di volti,
attraversando ciò che resta
di ali solari, di maree
affiorate da petali di passato,
mentre la stanza muove
verso l'urlo verde
di primavere nascoste,
di albe tagliate con lame d'oro: -
mappe lucenti della resa
che piega la bocca
per fulminazione di bave,
ossidi alcolici
dalla combustione dolente
di una più conoscibile morte
FRANCESCO MAROTTA, Per soglie d'increato, Edizioni Il crocicchio, Bologna 2006