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venerdì,24/03/06 22:36
Simone CattaneoAveva uno scolapasta in testa e un unico canino in bocca mentre ballava su un campo di calcio sterrato fra i resti di un pranzo d'asporto rispondendo a monosillabi a domande che nessuno poneva con uno sguardo sgomento rivolto verso il cielo spruzzato di cemento.
Il mio amico Giulio si arrangiava mangiando ragni per pochi soldi, con qualcosa in più si scolava un bicchiere di detersivo davanti ai clienti del bar, ha impegnato la fede nuziale e ha preso lo scolo per potere mangiare, odiava politici, froci, zingari e musulmani non si è mai capito per cosa parteggiasse forse solo per quell'albanese comprata e smontata a piacere sulla branda buttata in fondo al cantiere. La madre di un mio compagno delle scuole medie mi ha bloccato in una strada del vecchio quartiere dicendomi che suo figlio era morto. Non si è sbilanciata più di tanto e mi ha invitato al funerale. Mi è parso buona educazione accettare. Una settimana dopo mi ha fermato sotto casa e con aria decisa mi ha confidato che calzo lo stesso numero di piede del suo povero figlio, così mi ha regalato due paia di scarpe e un giubbotto giallo. Qualche sera fa sono finito in un bar di Milano e ho abbordato una ragazza sudamericana molto sensibile al mio nuovo giubbotto canarino. Ho stretto gli occhi e le ho sussurato che per i particolari non bado mai a spese. Lampade al sodio guaste sul pavimento della cucina e intorno al mio corpo macchie d'olio che sembrano vermi gli occhi lucidi come bigiotteria e una specie di bitume che sigilla il cielo del Mediterraneo, mentre parlo sempre con le braccia tese davanti a me come per spingere via un corpo assente. Non è importante ciò che resta o si è fatto, sono le cicatrici suppergiù visibili disegnate sul corpo come una mappa di punti interrogativi che mi piombano addosso e mi inchiodano qui davanti a te, frontiere avide di dubbi latitanti che non puoi risanare nè ingabbiare nemmeno se ti plasmi una religione su misura colma d'amore per i sudari e le leggi marziali. Una macchina viola priva di ruote vicino al margine dei boschi è quello che ricordo dell'ultima volta che ti ho vista stropicciata e senza nervi faticavi a contare quante dita delle mani servono per sollevare una tazza di caffè. E' stato piacevole guardarti. Sono messo meglio di te. inserisci un commento
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