"Il mondo è nato: e tu, vento, mantienilo." Simone Weil
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lunedì,25/02/08 21:50
Se fossimo immortali
È questo forse il messaggio più alto e originale di un libro che parla di antinomie ed estremi, di impossibili territori di mezzo e di equilibri precari, del dolore che nasce dal non raggiungere l'unità o dal frammentarsi - ma anche della creatività che nasce dal voler sopravvivere, adattandosi alla Vita e al Mondo. Se fossimo immortali, parafrasando Andrew Marvell, avremmo «mondo abbastanza, e tempo»; essendo invece destinati alla morte, sentiamo sempre «l'alata biga del tempo che si avvicina» e siamo costretti a dare valore alle cose, persino al nostro stesso dolore che ci dà modi di comprendere e crescere - voce, infine, dall'interno del nostro «angolo notturno» in cui qui è rimodulato il topos frisano dello spazio (buio) tutto per sé, del buio necessario (si veda anche: «Rientro nella mia tana / che ho voluto trasparente per capire / e illudermi più lucidamente»; oppure i versi finali del volume: «Ti prego, fammi credere di esserci / [...] / che anche le cose morte / di notte si vestano di un corpo»). Si tratta, attenzione, non di un sapere, ma di un credere e di un immaginare (di un leopardiano "fingersi", in fondo). Abbiamo «ogni mattina il compito di rifare il mondo», «ristruttur[are] il chaòs»: e questo è senz'altro un compito di luce.
Dalla postfazione di Mauro Ferrari
L'affetto
fidati della traccia di lacrime e impara a vivere
PAUL CELAN
I
L'affetto ha trecento milioni di anni. Da trecento milioni di anni dipendo da un corpo. Quando scopersi l'acqua mi specchiai. Quella forma chi era? Cosa voleva? Poi l'occhio si ingrandì mi vidi con altre creature. Cominciai a parlare a riunire secoli di emozioni nella voce e il silenzio sulla pagina come se si potesse strapparci i nomi in una sola pelle radure aride che furono altomare ora ossa schegge fossili fiati interrotti, ma questa terra sembra appena smossa mi guardo in giro commossa e sgomenta. Cerco un inizio d'affetto in ogni cosa. Le prime prove della mia esistenza dici non sono che un riflesso notturno ma non siamo ancora cane ancora pianta che chiedono acqua, corpo con corpo, carezze? Quando sto zitta piango o rido ritorno ad aggrapparmi a te a quello spazio così devastante e lontano.
II
Tra sillaba e sillaba metti il lungo respiro di chi non crede all'esilio e ti fissa con tenerezza dietro una persiana.
Ti resta quello sguardo per millenni. Un filo mai spezzato con la forza tenace dell'acciaio di chi bussa ribussa a una porta chiusa ma tu fai cadere il seme nella terra anche se la terra è inconsistente fai cadere una sillaba fra tutte le sillabe del mondo semina il tuo vento come sai la tua luna invernale nella tua prima e ultima neve.
Le parole non arrivano dal mare sono nella bocca appaiono e scompaiono dall'acqua torbida per galleggiare come scorze.
Non hai guerre da combattere non hai nemici solo la morte hai se ancora ami soffrire e ridere. Non hai che il cordone ombelicale delle parole.
Qui non c'è molto da fare e sempre è troppo tardi per capirlo. Copriti col tuo abito di sillabe di poco fiato ama il tuo desiderio più che puoi e aspetta: e mentre aspetti chiedi anche all'aria di aspettare, prima di scorticarti.
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