La corolla del ricordo

"Il mondo è nato: e tu, vento, mantienilo." Simone Weil

Se fossimo immortali

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È questo forse il messaggio più alto e originale di un libro che parla di antinomie ed estremi, di impossibili territori di mezzo e di equilibri precari, del dolore che nasce dal non raggiungere l'unità o dal frammentarsi - ma anche della creatività che nasce dal voler sopravvivere, adattandosi alla Vita e al Mondo. Se fossimo immortali, parafrasando Andrew Marvell, avremmo «mondo abbastanza, e tempo»; essendo invece destinati alla morte, sentiamo sempre «l'alata biga del tempo che si avvicina» e siamo costretti a dare valore alle cose, persino al nostro stesso dolore che ci dà modi di comprendere e crescere - voce, infine, dall'interno del nostro «angolo notturno» in cui qui è rimodulato il topos frisano dello spazio (buio) tutto per sé, del buio necessario (si veda anche: «Rientro nella mia tana / che ho voluto trasparente per capire / e illudermi più lucidamente»; oppure i versi finali del volume: «Ti prego, fammi credere di esserci / [...] / che anche le cose morte / di notte si vestano di un corpo»). Si tratta, attenzione, non di un sapere, ma di un credere e di un immaginare (di un leopardiano "fingersi", in fondo). Abbiamo «ogni mattina il compito di rifare il mondo», «ristruttur[are] il chaòs»: e questo è senz'altro un compito di luce.

 

Dalla postfazione di Mauro Ferrari

 

L'affetto

 

fidati della traccia di lacrime

e impara a vivere

 

PAUL CELAN

   

 

 

I

 

L'affetto

ha trecento milioni di anni.

Da trecento milioni di anni dipendo da un corpo.

Quando scopersi l'acqua mi specchiai.

Quella forma chi era? Cosa voleva?

Poi l'occhio si ingrandì

mi vidi con altre creature.

Cominciai a parlare a riunire

secoli di emozioni nella voce

e il silenzio sulla pagina

come se si potesse

strapparci i nomi in una sola pelle

radure aride che furono altomare

ora ossa schegge fossili fiati interrotti,

ma questa terra

sembra appena smossa

mi guardo in giro commossa e sgomenta.

Cerco un inizio d'affetto in ogni cosa.

Le prime prove della mia esistenza dici

non sono che un riflesso notturno ma non siamo

ancora cane ancora pianta

che chiedono acqua, corpo con corpo, carezze?

Quando sto zitta piango o rido

ritorno ad aggrapparmi a te a quello spazio

così devastante e lontano.

  

 

 

II

 

Tra sillaba e sillaba metti il lungo respiro

di chi non crede all'esilio

e ti fissa con tenerezza

dietro una persiana.

 

Ti resta quello sguardo per millenni.

Un filo mai spezzato con la forza

tenace dell'acciaio di chi bussa

ribussa a una porta chiusa ma tu

fai cadere il seme nella terra

anche se la terra è inconsistente

fai cadere una sillaba

fra tutte le sillabe del mondo

semina il tuo vento

come sai

la tua luna invernale

nella tua prima e ultima neve.

 

Le parole non arrivano dal mare sono

nella bocca

appaiono e scompaiono dall'acqua torbida

per galleggiare come scorze.

 

Non hai guerre da combattere non hai nemici

solo la morte hai se ancora ami soffrire

e ridere. Non hai che il cordone ombelicale

delle parole.

 

Qui non c'è molto da fare

e sempre è troppo tardi per capirlo.

Copriti col tuo abito di sillabe di poco fiato

ama il tuo desiderio più che puoi e aspetta:

e mentre aspetti chiedi anche all'aria di aspettare,

prima di scorticarti.

 

 

Lucetta Frisa

 

 

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