La corolla del ricordo

"Il mondo è nato: e tu, vento, mantienilo." Simone Weil

Dal balcone del corpo

Uno dei motivi per cui la poesia non vende, è che, dato che le pagine non sono piene, lo puoi leggere anche da Feltrinelli.

Talvolta però, non puoi proprio fare a meno di portartelo a casa J

A parte gli scherzi, leggere questo nuovo libro di Antonella Anedda è stato per me come avvicinarmi a un amico amatissimo e trovarlo cambiato. C’è prima un senso di spaesamento, quasi di disappunto, ma poi ti poni in ascolto e capisci che lo devi seguire nel suo cambiamento, perché ha voglia di dirti altro ancora, in modo diverso da quello che conosci e che ami, non meno intenso e suo però.

 

L’aria è piena di grida

 

Pensi davvero che basti non avere colpe per non essere puniti,

   ma tu hai colpe.

L’aria è piena di grida. Sono attaccate ai muri,

basta sfregare leggermente.

Dai mattoni salgono respiri, brandelli di parole.

Ferri di cavalli morti circondano immagini di battaglie

Le trattengono prima che vadano in un futuro senza cornici.

 

Cosa ci rende tanto crudeli gli uni con gli altri?

Cosa rende alcuni più crudeli di altri?

Le crudeltà subite e poi inghiottite fino a formare una guaina

   con aculei sul corpo ferito?

O semplicemente siamo predestinati al male,

e la vita è solo fatta di tregue dove sostiamo

per non odiare e non colpire?

 

 

 

 

 

Parla l’abbandono

 

Quanto profonda scorre la vena dell’abbandono?

Ci sono giorni in cui vaga con il cappotto sul pigiama.

L’infelicità è scandalosa.

È così colpevole che non può avere commerci con il corpo.

Lo guarda con distacco. Si avvolge nel cappotto

e dorme come un feto. Il freddo è benvenuto.

Il corpo è solo un tetto.

Non esistono nomi, né desiderio, né sesso.

“Come lumache” bisbiglia.

Il bavero di pelo copre occhi e orecchie.

Addormentandosi la sua testa fende l’aria

naviga in sogno lungo i cornicioni di pietra.

 

 

 

 

 

Nomi

 

Qual è la parola per dire che non si hanno più sentimenti

   negativi verso chi ti ha ferito?

Perdono, mi hanno risposto. Ma io volevo, al contrario, parlare

   del rancore.

Questo è stato l’inizio e può valere come esempio.

Ogni giorno c’è una parola nuova di cui non ricordo il senso

e il cui suono tintinna un motivo percepito a brani

familiare una volta, ora perduto.

La sua luce abituale cade. Di colpo non importa,

provo rancore, perdono chi prova rancore, mi perdono?

C’è un alfabeto incomprensibile, un linguaggio dimenticato.

I nomi ruotano privi della loro materia fin dal mattino.

Come chiamare la stoffa bianca che il vento muove davanti

   alla vetrata?

Tenda, tende. Il riso mi si annida in gola.

Lei, cioè io, tende a cosa?

Qui so rispondere: tendo alla terza persona

alla grazia sperimentata una volta sola

di un dolore sdoppiato e spinto fuori

poi fissato, ascoltato perfino nello scroscio delle lacrime

ma da un’altra me stessa

capace di lasciare la sua vecchia pelle sulla terra.

 

Giudica tu ora chi parla:

 

“I nomi la confondono eppure la sua attenzione si è moltiplicata, lo sguardo si è fatto prensile, capace di rischiarare il pensiero: vai verso la morte. E mentre nota la macchia di oleandro contro l’edera ecco il secondo pensiero: come guardare meglio, come raccogliere quel dettato dal silenzio. E mentre resta immobile ecco il terzo, ultimo pensiero: può sopportare la perdita, può non catturare".

 

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finalmente una poesia che parla di rancore!!!
finalmente una poesia che parla di rancore!!!

anch'io, leggendo Dal balcone al corpo, ho provato un iniziale smarrimento, dopo aver gustato l'intensità dei versi precedenti (Notti di pace occidentale, Residenze invernali, e anche il Catalogo della gioia). C'er un nuovo linguaggio, appariva lento e stanco, come se Antonella Anedda fosse improvvisamente invecchiata e facesse fatica a parlare.  E' possibile che questo sia accaduto davvero. perchè dietro di noi (e dentro di noi) c'è una vita che muta, muta il suo ritmo, ci sono accadimenti che ne cambiano il colore, anche le parole mutano. E così mi sono messa in ascolto di quelle nuove parole e ho capito che chi scriveva aveva vissuto altro tempo e nuovi dolori e c'era dolore e fatica, davvero, ma bisognava entrare e capire ...


Blumy

proprio così! grazie delle acute osservazioni. credo che la vera grandezza stia proprio nel non fare il verso a se stessi, anche quando già si era saputa trovare una voce solida, e tentare ad ogni nuovo libro un nuovo passo, che il lettore deve assecondare. la coralità è caratteristica di questo libro fin dalla citazione kafkiana iniziale, ed è un modo in cui la Anedda ha saputo coniugare la capacità di introspezione e scavo che caratterizzava la poesia precedente (pur senza mai diventare intimista) e lo sguardo sull'altro, proprio come se il corpo fosse un balcone teso sul mondo, di cui registra l'aterità facendosi cosa, quasi svanendo, più che esponendosi al taglio a presto Chiara
anche per me lo stesso senso di spaesamento - all'inizio - come avere aperto una porta sul luogo che credi sbagliato. e procedi con diffidenza, un passo alla volta, fino a che ti rendi conto che sei esattamente al centro del posto che cercavi. in questo passo diverso, Antonella Anedda ha saputo dare al suo timbro già così maturo e solido, una pienezza ancora più tesa all'ascolto. nell coralità il messaggio che attraversa la vita, si fa corpo e gesto, voce d'insieme. e al lettore chiede solo che si metta comodo e si lasci entrare. ciao chiara, i tuoi spunti hanno sempre forma di coltellini apriporte  :)        
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